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La solitudine ha un significato e un valore diverso per ciascuno di noi. Per qualcuno è un grande problema, per altri una grande gioia. C’è chi vive in solitudine per scelta, chi solo per necessità. Ritrovarsi soli a seguito della morte del proprio partner, dopo decenni di convivenza, può dare luogo a un sentimento di perdita insanabile, mentre ritrovarsi soli in mezzo alla natura, per fare una passeggiata, è in genere molto piacevole.

Nella meditazione guidata che oggi voglio proporre, ho cercato di affrontare il tema della solitudine nel modo che è più consono alla pratica di meditazione, ovvero l’osservazione del corpo e della mente, per consentirci di vedere cos’è per noi veramente la meditazione. Cos’è per noi per lo meno  in questo momento, perché la prossima volta è probabile che sia qualcosa di diverso.

Breve storia della solitudine

La solitudine è un sentimento e come tale è soggetto ai condizionamenti culturali dell’ambiente e del periodo storico nel quale viviamo. In quanto esseri umani, siamo animali fortemente sociali. Secondo gli psicologi evoluzionisti, i nostri comportamenti sono guidati da una serie di motivazioni primarie che hanno preso forma quanto quella di homo sapiens era ancora una specie in fase di definizione. Il bisogno di far parte di un gruppo, e dunque di non sentirsi isolati, era una di quelle motivazioni. Essa guida ancora oggi i nostri comportamenti, ed è uno dei motivi per cui le tecnologie che surrogano la socialità, come i social media, hanno così tanto successo.

Tantissimi anni fa, vivevamo in piccoli clan su base famigliare, in ambienti naturali per lo più vergini. Oggi la maggioranza della popolazione abita nelle città, con densità sempre maggiori. È chiaro che il sentimento di solitudine è cambiato molto, nel corso del tempo.

Questo celebre dipinto di Caspar David Friedrich (1774-1840) esprime molto efficacemente il concetto di solitudine nel Romanticismo:

la solitudine secondo Caspar David Friedrich

I poeti e i pittori romantici esaltavano la solitudine, una condizione che consentiva loro di porsi con stupore e meraviglia di fronte alla natura maestosa e a volte terribile. Isolarsi era quasi una forma di ribellione.

La parola solitudine è stata usata molto raramente prima del XIX secolo, tanto che secondo alcuni studiosi il concetto di solitudine – il sentirsi isolati dagli altri – è figlio della modernizzazione che ha accompagnato l’affermarsi del capitalismo. Urbanizzazione e secolarizzazione hanno contribuito molto all’emergere del sentimento di solitudine.

Nel XX secolo il concetto di solitudine si è legato indissolubilmente alla vita urbana ed è emerso il nuovo fenomeno, prima marginale, delle persone che vivono da sole. Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia un terzo di tutte le famiglie è costituito da una sola persona.

La solitudine come condizione mentale

Il fatto che una cosa così comune e diffusa come la solitudine sia un fenomeno prettamente moderno, dovrebbe farci riflettere. Ci sentiamo soli nelle città, i luoghi più affollati di sempre. Ci sentiamo soli in mezzo agli altri. La solitudine è soprattutto una condizione mentale.

Se ci sentiamo isolati dagli altri, se non ci sentiamo abbastanza amati, dovremmo chiederci quel è il sentimento che proviamo verso noi stessi. Thich Nhat Hanh ha detto che chi vuole guarire la propria solitudine, deve prima imparare a guarire se stesso, essere lì per se stesso e coltivare il proprio giardino di amore, accettazione e comprensione. Cercare un rimedio alla propria solitudine in passatempi o luoghi particolari è vano, perché “nulla è uguale a sedersi, ritornare a noi stessi, trovare elementi di felicità, illuminazione e liberazione proprio qui nel corpo e nella nostra mente”.

La deliberata solitudine della meditazione ci consente di sgombrare la mente da idee e concetti e tornare al nostro autentico sé. Secondo Jiddu Krishnamurti la dimensione assoluta del silenzio che si può avere quando si sta soli con se stessi nella meditazione, è l’unica che consente all’amore di manifestarsi, e di farlo da solo.

Un aspetto molto interessante è quello che sottolinea Ajahn Sumedho nel suo libro Il suono del silenzio. Dice che sono le “identità fisse” che costruiamo su noi stessi ad aumentare il nostro senso di isolamento e solitudine. “Tendi ad agire come quello che pensi di essere”, dice il maestro statunitense. “Rimani bloccato in una posizione e poi non sai come relazionarti in nessun altro modo”.

Meditazione sulla solitudine

Ed eccoci alla meditazione guidata sulla solitudine che vi propongo e che potete ascoltare come audio o riutilizzare come testo. Le meditazioni guidate sono una formula molto adatta per chi vuole imparare come meditare, ma anche per chi ha una certa esperienza ed è alla ricerca di spunti interessanti.

  1. Nella prima parte di questa meditazione guidata, ci concentriamo proprio sull’atteggiamento – sia fisico che mentale – che assumiamo nel momento in cui decidiamo di sederci in meditazione. L’intenzione con la quale pratichiamo è molto molto importante. Una delle più grandi novità che ha introdotto il Buddha è stata proprio quella di dare grande valore all’intenzione. Se consideriamo il concetto di karma, ad esempio, esso era già presente nella spiritualità indiana, inteso come effetto delle proprie azioni. Il Buddha ha inteso il karma già a livello di intenzione, evidenziando come prima ancora di compiere una certa azione, con la nostra intenzione abbiamo già piantato il seme che porterà certi frutti piuttosto che altri.
  2. Poi la meditazione passa a stabilire un contatto diretto col corpo, tramite l’attenzione al respiro. Questa è la tecnica di meditazione più diffusa, perché il respiro crea una relazione diretta tra mente e corpo e consente l’ancoraggio al momento presente. Il respiro è tenuto in grande considerazione specie nella meditazione zen, perché il suo carattere spontaneo e al tempo stesso volontario facilita l’emergere di una speciale capacità intuitiva nei confronti della realtà.
  3. Il livello successivo è quello di vedere in se stessi i numerosi legami che ci mantengono in contatto con molte altre persone, anche se siamo soli. Questi legami ci collegano a relazioni sia del passato, sia del presente. Possiamo ad esempio vedere facilmente la presenza dei genitori in noi, ma anche constatare quando le persone che noi crediamo di essere, siano frutto di una fitta rete di relazioni con tante altre persone, conosciute e non.
  4. Andando ancora avanti, si osserva un altro tipo di vincolo, la relazione con se stessi. In qualche modo, è necessario rimanere soli anche rispetto a se stessi. Non si tratta di fare una magia, ma di lasciare andare quella “identità fissa” di cui abbiamo parlato, che è il modo in cu siamo abituati a considerarci. Pensiamo di essere sempre la stessa persona, che è fatta in questo modo e in quest’altro. Ma col passare del tempo ci costruiamo una gabbia che ci impedisce di conoscerci veramente. Questa gabbia ci imprigiona col chiacchiericcio che durante la giornata ci accompagna sempre. Questo è il momento di lasciarlo fuori dalla porta.
  5. Spogliandoci dall’idea che abbiamo di noi stessi, possiamo assumere quella mente libera, da “principiante” che osserva tutto con la curiosità di chi scopre costantemente qualcosa di nuovo.
  6. Cosa rimane alla fine? Solo ciò che possiamo osservare direttamente: il corpo, le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza. Sono i cosiddetti 5 aggregati. Ma in questa meditazione, per semplicità, ci limitiamo al corpo, alle sensazioni e ai pensieri, cioè le cose che possiamo osservare con maggiore evidenza.
  7. L’ultimo stadio è quello di non identificarci con nessuna di queste cose, perché non siamo né il nostro corpo, né le nostre sensazioni, né i nostri pensieri. Se riusciamo a vederla, rimane solo la dimensione assoluta della realtà, una realtà in continua trasformazione.

Alla fine, rimanere soli è come ritrovare il proprio “sé unificato”, cioè non divaricato tra una presenza nel qui e ora e un vagare della mente sempre verso un “altrove”.  A tal proposito, se vi va e avete tempo, vi consiglio di leggere il Discorso sul modo migliore per vivere soli , con relativo commento sull’interpretazione che ne dà Thich Nhat Hanh.