face-mask-4986596_640

Il virtualista è il medico che può curare i pazienti senza, teoricamente, incontrarli mai sul piano fisico1.

In seguito alle maggiori catastrofi, naturali o causate dall’uomo, le società si modificano in maniera irreversibile. La pandemia da COVID-19 ha agito da catalizzatore verso la sanità elettronica e in particolare la telemedicina.

La vicinanza fisica, cardine della medicina, è stata vissuta come un pericolo. Per il rischio di contagio reciproco, i pazienti in molti casi sono stati gestiti senza il contatto fisico diretto.

Toccare il corpo dell’ammalato, con il conseguente effetto di rassicurazione e presa in carico, non è stato spesso possibile. Il tatto, la prossimità, sono stati sostituiti da conversazioni telefoniche o in alcuni casi da un’immagine sullo schermo.

Il concetto di clinica e di relazione medico-paziente si è modificato, niente sarà più come prima. È dunque inevitabile che almeno una parte dell’attività del medico si basi su una componente virtuale. Ciò richiede nuove competenze, per i professionisti e anche per gli assistiti.

Una barriera all’utilizzo della medicina digitale è sicuramente il digital divide, cioè la tendenza a escludere i pazienti anziani, spesso non padroni della tecnica.

Il fenomeno, peraltro, non indica soltanto una diseguaglianza sul piano strumentale, ma incide su tutte le possibilità di innovazione, di sviluppo delle conoscenze e di crescita economica che attualmente dipendono da un effettivo accesso a Internet. Le conseguenze hanno dunque un impatto molto ampio e si riflettono anche su un piano culturale, con un divario (cultural divide), all’interno di una stessa società, tra giovani e anziani, colti e incolti, ricchi e poveri, che pone un problema di squilibrio nella distribuzione di beni e risorse.

Sia il digital divide che il cultural divide costituiscono un tema di primaria importanza per l’etica di Internet, un problema di equità, di garanzia di accesso alle stesse opportunità2, tanto che secondo molti esperti l’accesso a Internet dovrebbe essere dichiarato diritto umano3.

Usufruendo dell’apporto di care giver e personale dedicato, il virtualista potrà gestire malati cronici, anziani, disabili, persone che vivono in zone a difficile accesso, anche mediante il monitoraggio dei parametri biologici con dispositivi indossabili o app per dispositivi mobili (smartphone, tablet e smartwatch) dedicate.

Potranno essere diagnosticate patologie acute minori, ad esempio, lesioni cutanee, otiti, faringotonsilliti.

In caso di problematiche più serie, non routinarie, che necessitano di contatto fisico e osservazione in compresenza, sarà necessaria la visita classica.

Una diversa organizzazione

Tale approccio richiede modifiche importanti non solo del concetto di clinica e di relazione medico-paziente, peraltro strettamente intrecciate, ma anche dell’assetto organizzativo.

La video-visita, atto medico a tutti gli effetti, realizzato attraverso l’interazione a distanza medico-paziente, necessita di una metodologia specifica, di spazi, tempi, strumenti idonei (pc, audio, video), sistemi di sicurezza, per evitare la perdita di dati sensibili, il cosiddetto data breach, e di tutela della riservatezza.

Per quanto concerne la responsabilità professionale, in base alla più recente disposizione normativa in tema sanitario, ossia la cosiddetta Legge “Gelli”, all’art. 7 è previsto che la prestazione possa essere erogata anche in forma “digitale”, ossia ricorrendo agli strumenti della telemedicina.

Durante la pandemia da COVID-19 sono state proposte guide pratiche, che descrivono passo per passo la consulenza a distanza, dalla preparazione iniziale della connessione, video o solo audio, alla gestione clinica della visita e del follow-up4.

È fondamentale una logica di team multidisciplinare, con figure come l’infermiere di famiglia, lo specialista, lo psicologo, il nutrizionista, il trainer per l’attività fisica.

Il sistema dovrà avvalersi di piattaforme digitali condivise, in grado di gestire i dati provenienti dalle diverse fonti, per realizzare una conoscenza “panoramica” del paziente, una profilazione dei dati biologici e psico-sociali. La piattaforma dovrà svolgere funzioni educative per il medico e per il paziente, ad esempio, mediante tutorial dedicati. Si deve peraltro evitare la realizzazione di “avatar medico” di ciascun cittadino, un’assistenza globale deve infatti comprendere anche le circostanze di vita soggettive del paziente, la sua ability to cope, i suoi valori, la sua personalità, i suoi timori e speranze, dimensioni difficilmente trasferibili in un database5.

Ci si chiede se i pazienti sono pronti ad accettare questa rivoluzione culturale. Sicuramente, anche con i video/teleconsulti, almeno parte della relazione è conservata, soprattutto quando tra medico e assistito è stata costruita una storia clinica cementata nel tempo.

Il paziente stesso del resto è cambiato, influenzato dalla tendenza a considerare vera la conoscenza solo in quanto oggettivabile, mediante accertamenti che diventano strumenti di “vera” conoscenza soltanto mediante la tecnologia.

Soprattutto da parte dei più giovani esiste già una maggiore autonomia gestionale, associata ad una maggiore dipendenza dalle macchine. Secondo alcuni saremmo addirittura alle soglie di una nuova figura, il paziente emancipato, in grado di gestire la propria salute in totale indipendenza in quanto produttore e dunque proprietario dei dati che lo riguardano6.

Come per tutti i servizi digitali sono indispensabili studi rigorosi, condotti su esiti clinici importanti (morbilità/mortalità, qualità di vita, ma anche livello di soddisfazione, sia dei medici che dei pazienti, nel nuovo contesto relazionale), nei quali si devono mettere a confronto gruppi di medici che utilizzano i sistemi virtuali e altri che non se ne avvalgono.

Obiettivo finale del virtualista non dovrebbe essere l’utilizzo della tecnologia ma il miglioramento dei processi di cura, attraverso l’integrazione tra le opportunità della tecnologia e l’esperienza della pratica.

Note

1 Oran D.P., Topol E., Digital medicine: the rise of the virtualist. Lancet 2019.
2 Fabris A., Etica per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Carocci Editore, Roma, 2018.
3 Nida-Rumelin, Weinfeld N., Umanesimo digitale. Un’etica per l’epoca dell’intelligenza artificiale. FrancoAngeli, 2018.
4 Greenhalg T et al., COVID-19: una valutazione a distanza in medicina generale. Recenti Prog Med2020;111(4):231-237 | DOI 10.1701/3347.33186.
5 Collecchia G., Dalla medicina personalizzata alla medicina di precisione. IsF 2017: 41, n. 2: 19-22.
6 Collecchia G. Il paziente emancipato.