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La felicità non è mai, come sovente si tende a credere, il risultato di un determinato approccio esistenziale. Non ha nulla a che vedere con la bontà d’animo, il perdono, la condivisione, la compassione. In altre parole non è il risultato di alcunché. Al massimo potrebbe esser ritenuta l’effetto di un repentino centramento, un acuirsi dell’autocoscienza.

Qual è la molla intrinseca che fa scaturire questo stato d’animo? E’ soprattutto l’«essere». Quando te ne allontani – il che, purtroppo, accade durante la maggior parte del nostro tempo – sei avvolto dalle nubi dell’inconsapevolezza. Al contrario, non appena sfiori il tuo nucleo, l’essenza , intravedi il tuo volto originale, ti ritrovi, contestualmente, proiettato all’apice, osservi la tua coscienza mondana che si dipana, ma dal vertice. Ebbene, ci sono risvolti poco edificanti dell’esistenza che spesso e volentieri si risolveranno da soli: abituati a sorvolarli, osservali dall’alto e l’incoscienza si dileguerà da sé.

Meditare sulla felicità

La vera felicità è solo quella immotivata,
quella che piove dall’alto e null’altro,
quella che sgorga dal nulla e lì,
dopo aver girovagato senza meta, ivi ritorna.
La felicità è dunque senza fini, senza scopi:
non si può dir nemmeno che sia un gioco.
Per quanto mi riguarda so bene
che non è un’emozione temporanea,
piuttosto, ad esempio, è come guarire
all’improvviso, inaspettatamente,
da una lunga e dolorosa malattia.
Tant’è che ciò che segue
è solo un lieto, quanto inspiegabile ritorno…
Ora che ho detto e tu, come d’altronde è giusto,
sei ancora più che mai, direi perplesso,
cogli il sorriso,
senza serrar le labbra
e dallo al vento.