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Il nostro problema è che il potere del pensiero ci pone in grado di costruire simboli indipendentemente dalle cose stesse. Questo implica l’attitudine di creare un simbolo, un’idea di noi stessi prescindendo da noi stessi. Poiché l’idea è tanto più comprensibile della realtà, il simbolo tanto più stabile del fatto, noi impariamo a identificarci con la nostra idea di noi stessi. Di qui la soggettiva sensazione di un “sé” che “ha” una mente, di un soggetto intimamente isolato cui le esperienze capitano involontariamente. Con il suo tipico amore per il concreto, lo zen pone in rilievo che il nostro prezioso “io” è solo un’idea, abbastanza utile e legittima se vista per quello che è, ma disastrosa se identificata con la nostra vera natura. L’innaturale goffaggine di un certo tipo di coscienza di sé affiora quando siamo coscienti del conflitto o contrasto fra l’idea di noi stessi da un lato, e l’immediato concreto sentimento di noi stessi dall’altro.

Quando non siamo più identificati con l’idea di noi stessi, l’intero rapporto fra soggetto e oggetto, conoscente e conosciuto, subisce un cambiamento improvviso e rivoluzionario. Diviene un rapporto reale, una mutualità in cui il soggetto crea l’oggetto proprio nella stessa misura che l’oggetto crea il soggetto. Il conoscente non si sente più indipendente dal conosciuto; lo sperimentatore non si sente più appartato dall’esperienza. Di conseguenza l’intera nozione dell’ottenere qualcosa “dalla” vita, del ricercare qualcosa “dalla” esperienza diviene assurda. In altre parole, diventa di una chiarezza lampante che nel fatto concreto io non possiedo altro me stesso che la totalità delle cose di cui sono cosciente. Questa è la dottrina Hua-yen (Kegon) della rete tempestata di gioielli (rete di Indra), dello shih-shih wu ai (in giapponese ji ji mu ge), dove ogni gioiello contiene il riflesso di tutti gli altri.

Da: Alan Watts, La via dello zen ] 

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