Siamo alle solite. La rana zen si recò dal suo inestimabile precettore a chieder lumi sulla congruità delle sue scelte morali. Non è che non sapesse di avere esagerato. Ma tormentata dai sensi di colpa cercava un modo per lenire l’indicibile sofferenza interiore, ossia il lancinante rimorso. E cosa meglio di un sonoro rimbrotto e della conseguente rimarchevole penitenza?

Dunque la coscienza non le lasciava tregua e doveva comunque tacitarla. Il suo più vivo desiderio era espiare i propri errori, ciò che la pubblica morale, introiettata come superego, considerava peccati. Al maestro, quindi, l’incombenza di escogitare un succedaneo che resettasse la sua mediocre autostima.

La rana era convinta che l’austero monaco sarebbe stato inclemente, avrebbe infierito senza pietà. La sua punizione si sarebbe dimostrata esemplare. Sìcchè, per farla breve, si recò da colui che nella sua fervida immaginazione rappresentava il sublime, il maestro dei maestri, e gli espose senza mezzi termini il malfatto.

– “Maestro, ho commesso di tutto”, principiò. “Pur essendo consapevole di essere anche il mio prossimo ho prevaricato chiunque con ignobili sotterfugi. Mi sono avvalsa delle mie conoscenze per ottenere sempre il meglio del meglio. Sì, vedevo la gente soffrire, alcuni non avevano nemmeno uno straccio di lavoro, neanche un minimo di sostentamento, ma m’illudevo che fossero solo semplici numeri, entità impersonali. Ero convinta che col tempo avrei aiutato un po’ tutti e invece… ho fallito miseramente. Maestro, dammi la punizione che merito.”

– “Non hai commesso nulla, figliola”, le rispose senza pensarci due volte l’esimio. Le voltò le spalle e andò via.

Il mondo della rana si fermò. Le scimmie appollaiate sugli alberi della speranza nel giardino del Tempio dei senza-luce sghignazzavano. Il quadro d’assieme era davvero sconfortante. Poi, d’improvviso, come fosse piovuta dall’alto, un’idea, la chiave dell’enigma.

– “Non ha voluto punirmi perché ignorare i miei errori è stato il castigo più feroce che potesse infliggermi. Nessuna espiazione, alcun palliativo. Dio delle rane, che mi resta?”

“Cambia rotta, figliola, medita, ricerca te stessa e ritroverai quella medesima innata consapevolezza che ti consentì di rinascere rana”, parve suggerirle il gatto del Tempio, il più straordinario felino che mente anfibia avesse mai immaginato. Poi una pioggerellina fine cominciò a bagnare il tutto, i fili dell’erba erica, come primule e viole, i belli, i buoni, i brutti, i cattivi, l’assieme … e la vita riprese inesorabilmente l’antico, inesplicabile corso.