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“La domanda «chi sono io?» non trova risposta. Essa non ha eco, manca di presa, ogni riferimento cade e vi risvegliate in un silenzio che è tutto risposta. È vano cercare voi stessi in un’oggettivazione (espressione, in forma concreta e oggettiva o in immagini, di pensieri, fantasie – ndr). Questo vi deve essere perfettamente chiaro. Non mettete continuamente in questione codesta evidenza agitando il passato/futuro. Il vissuto si trova nell’«adesso» intemporale (che è compreso tra due momenti o eventi determinati – ndr). Ogni altra maniera di concepire l’approccio è un’accumulazione che arricchisce la memoria, dilata il mentale, mentre bisogna sottrarre, disimparare. Questo ammasso non è che vanità, rassicurazione della persona. Il conflitto, il problema apparente è un prodotto dello spirito avido di espansione, di giustificazione. Da lui nascono tutte le argomentazioni. Il vedere questo in modo istantaneo, globale, vi lascia a ciò che non avete mai cessato di essere: l’insondabile felicità del Sé. […]

Ogni domanda che ci poniamo sulla nostra natura propria è provocata dal presentimento d’essere, altrimenti essa non potrebbe porsi, essa proviene direttamente da questa premonizione che la solleva in noi. Quando l’interrogante si perde interamente nel silenzio, si abbandona a questo richiamo della verità, scopre, a un certo momento, di essere lui stesso questa realtà.

È con una comprensione istantanea che l’adoratore perde tutto il suo dinamismo intenzionale, volitivo, e con esso la propria natura di adoratore; egli si rivela come adorato. Quando non ci sono più né adoratore, né adorato, rimane l’Essere. Possiamo parlare in quel momento di una pura intimità con noi stessi nella quale conosciamo la nostra essenza, la nostra natura assiale. Non si tratta di ridurre la consapevolezza alla consapevolezza di qualcosa; dev’essere un’appercezione (appercezione sta a indicare una forma particolare di percezione mentale, che si distingue per chiarezza e consapevolezza di sé – ndr) istantanea, diretta da se stessa, coscienza della realtà, dell’«io». La trascendenza non è un concetto, è un vissuto, lo sapete. […]

Il vostro ambiente comincia a partire dal vostro corpo, dalla vostra vitalità, e tutto ciò che si presenta nell’immediato deve essere totalmente accettato, il che significa senza volizione, al di là degli opposti accettazione e non-accettazione. La vostra condanna, il vostro rifiuto, non vi ridarebbero la libertà. al contrario, vi opprimerebbero, vi abbatterebbero.

Un ascolto senza scelta conduce la sua propria scelta, senza qualcuno che scelga, e vi lascia in una libertà totale.

Qual’è l’ostacolo principale […]? Ve l’ho già detto: l’ostacolo principale al dispiegamento di tutte le vostre virtualità è la nozione dell’io, il quale non è che una sostanza immaginaria, costruita dal contesto sociale, e che deve la propria esistenza alla memoria.

Come si può estinguere, riassorbire questa nozione dell’io? Voi avete, profondamente ancorata dentro di voi, l’idea che ogni cosa sia distinta da voi, fuori di voi. Allo stesso modo la sensazione, il vostro corpo, sono oggetti tra gli altri, tanto da poter essere guardati come separati da voi. Con un’osservazione attenta vi accorgerete che il vostro ego perde a poco a poco la sua opacità. […] L’ambiente che prima concepivate come un ammasso di cose, si trova trasmutato. L’oggetto non è più uno, è ormai un prolungamento, un’estensione, espressione della coscienza. È il risultato di un’intuizione istantanea, totale. Questa esperienza è di natura diversa dall’assimilazione che procede per tappe”.

(Da: Jean Klein, La gioia senza oggetto)

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