Dal punto di vista della psicologia buddhista, la compassione è naturale: deriva dalla nostra interconnessione, che il buddhismo chiama «interdipendenza». È facile coglierla nel mondo fisico: nel grembo, ogni bambino è interdipendente con il corpo della mamma; se uno dei due si ammala, anche l’altro ne risente. Allo stesso modo noi siamo interdipendenti con il corpo della terra. Nel terreno i minerali danno sostanza al grano e alle nostre ossa, le nuvole tempestose diventano le nostre bevande e il nostro sangue, l’ossigeno emesso dagli alberi e dai boschi è l’aria che respiriamo. Più consapevolmente apriamo gli occhi su questo destino condiviso, più compassione nasce in noi per la terra stessa.

La compassione è naturale, deriva dalla nostra interdipendenza. I membri della comunità umana sono ugualmente interconnessi fra loro; Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace, lo esprime così, semplicemente: «In Africa, quando si chiede a qualcuno ‘Come stai?’ si ottiene una risposta al plurale, anche se ci si era rivolti a una persona sola. Un uomo ti può rispondere ‘Stiamo bene’ o ‘Non stiamo bene’: lui stesso magari starà piuttosto bene ma sua nonna no, dunque non sta bene neanche lui (…). L’essere umano solitario, isolato, è una vera e propria contraddizione in termini ». Fortunatamente stiamo prendendo sempre più consapevolezza della nostra interconnessione a livello globale. Ogni pasto che facciamo racchiude in sé il sudore dei contadini, degli emigranti braccianti stagionali e dei camionisti dei trasporti a lungo raggio; dipende dal clima globale e dai lombrichi nel terreno, da secoli di sperimentazione di rotazione dei raccolti, dalle intuizioni scientifiche di Gregor Mendel sulla selezione delle sementi. Le origini di quel pasto si estendono dall’agricoltura primitiva in Mesopotamia e in Cina fino alle quotazioni del giorno nei mercati del settore alimentare.

Proprio come siamo interdipendenti con la terra e fra noi esseri umani, siamo connessi fra di noi anche a livello di coscienza. La psicologia occidentale non lo riconosce ancora, ma è così. Anni fa, quando mia moglie e io studiavamo in un ashram fra le montagne dell’India, lei ebbe la visione molto chiara ma sconvolgente di una morte in famiglia. Cercai di rassicurarla, dicendole che le immagini di morte facevano semplicemente parte del processo meditativo, ma purtroppo mi sbagliavo: dieci giorni dopo ricevetti un telegramma che si apriva con le parole: «Tuo fratello Paul è morto». Leggendo più avanti scoprimmo che il telegramma era stato spedito proprio il giorno in cui lei aveva avuto quella visione, e che Paul era morto esattamente nel modo che lei aveva visto. Tutti abbiamo sentito storie di questo genere: capitano perché siamo connessi gli uni con gli altri, nella coscienza. Questo dato di fatto sta alla base della compassione.

La compassione ha anche un fondamento neurologico. Negli anni Ottanta lo scienziato italiano Giacomo Rizzotto ei suoi colleghi hanno scoperto una categoria di cellule cerebrali che hanno chiamato «neuroni specchio»; da allora numerose ricerche hanno dimostrato che per loro tramite noi sentiamo realmente le emozioni, i moti e le intenzioni degli altri. I ricercatori descrivono questa empatia spontanea come una parte del cervello che interagisce nella società, un circuito neuronale che ci connette intimamente all’altro in ogni nostro incontro fra umani.

Nella psicologia buddhista la compassione non è una lotta o un sacrificio. Nel nostro corpo è spontanea e intuitiva: noi non pensiamo «Oh, povero alluce mio, povero ditino mio, ti sei fatto male, forse ti dovrei aiutare»: appena il dito si fa male reagiamo, perché fa parte di noi. La meditazione ci apre gradualmente i confini della coscienza alla compassione per tutti gli esseri, come se facessero parte della nostra famiglia. Impariamo che a causa di paura e di traumi si può risvegliare anche la compassione perduta. Di fronte a una bambina che piange in una casa in fiamme, il più incallito criminale si assume il rischio di soccorrerla come chiunque altro. Tutti noi abbiamo momenti in cui risplende no e la bellezza della nostra natura di Buddha.

Da: Jack Kornfield, il Cuore Saggio ]

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