L’ironia e l’utopia di Adolfina e Antonello

Nelle opere di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani la dissimulazione ironica diviene il concetto primo della loro filosofia realistica.

FotoL’ironia e l’utopia di Adolfina e Antonello
scrive Francesca Brandes giornalista, saggista e curatrice d’arte
Penso al rinoceronte di Pino Pascali e alla confessione dell’artista a Carla Lonzi, apparentemente ingenua, ma profonda: “Quella bestia lì, oltre ad essere un rinoceronte – bofonchiava tra i denti – è una forma che ho cercato per non cercarla”. Ci ripenso, nell’accompagnare le opere (uniche, di coppia, plurime) di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani.
Adolfina e Antonello e la loro ironia
La loro esposizione veneziana, a VISIONI ALTRE, in campo del Ghetto Novo, ci tiene con il fiato sospeso per un mese, nella città agostana che ha ripreso a ruotare, senza riprendersi spazi di verità e di gioia. Tranne rare eccezioni, appunto.
La poesia nelle loro opere
Perchè le opere di Adolfina e Antonello contengono sempre un germe di poesia, un’onda di meraviglia. Fanno sperare nella capacità dell’arte di ridare un senso alle cose, di cambiare segno al trauma che abbiamo attraversato, di offrire forza laddove i diritti (e la bellezza) sono calpestati quotidianamente, attraverso un linguaggio che non conosce confini.
La bravura di Adolfina e Antonello
Ricondurre al contesto un simbolo (sia l’abito o il cappello martoriati dagli spilli), scavando oltre la superficie, significa acquisirne la sostanza, semplicemente, senza proclami. Qualcosa che non è solo denuncia, ma appare anche connotato da un’intrinseca (e benedetta) levità. Come in Pascali, la forma cercata per non cercarla costituisce la miglior forma di consapevolezza.
Adolfina e Antonello coppia anche nella vita
Il pensiero di questi due artisti, coppia anche nella vita, performers di straordinari inventiva ed impegno, è forse più legato all’iconico che al semantico. Procede per immagini: alberi in trasparenza sospesi in lastre di plexiglass, rimandi infantili dove il bianco è paesaggio di memoria, scatole da cui traspaiono pupille e palpebre. Credo da molto che una dilatazione delle nostre capacità immaginifiche – sia percettive che creative – debba passare per l’attivazione di modalità inedite: ecco, l’arte di Adolfina de Stefani e Antonello Mantovani, consente appunto lo scarto, salvifico, tra utopia ed ironia (e viceversa).
La diversità unisce
I due sono speculari, ma non necessariamente simmetrici: sarà perchè ogni creatività, con i suoi impulsi espressivi, agonistici, ludici, per rivelarsi ha bisogno della presenza dell’Altro staccato da sè, di un antagonista che può divenire partner. Per consapevolezza, si è detto, e per volontà.
Il risultato
Ciò che ne risulta, piuttosto, è una formidabile sincronia: Nel recupero dell’elemento fantastico, la mostra Ironie e Utopie, a cura di PAOLA CARAMEL, con un bel testo critico di Francesca Brandes, è folgorante e realistica ad un tempo. Si tratta di un evento corale, un continua scambio di battute tra i due agenti-agiti e con lo spettatore. Poi, il dialogo si fa labirintico, ondivago, una totale immersione nel vissuto dell’arte, nei pensieri e nei processi del fare, persino nel cuore delle relazioni.
Adolfina e Antonello e il “tu”
Il “Tu” nella coppia de Stefani – Mantovani, è qualcosa di più di un destinatario: rappresenta il congegno che fa saltare l’ordine delle cose, innescando un moto rivoluzionario. La strategia è sovversiva: discutere le vie dell’ascolto e, allo stesso tempo, provocare la propria metamorfosi. Non si tratta di un’alterità neutrale. Il Tu viene all’opera, e il frutto appare all’improvviso. La forma cercata per non cercarla: i piedi autoritratto, ad esempio, il bianco, il nero e il rosso.
Il tu-io-noi, inoltre, non ha un corpo unico, ma condivide con i corpi un tratto essenziale, la nudità. Dello spirito, della carne. Per questo racconta qualcosa che ci riguarda intimamente. si fa riconoscere solo da chi accetta di mettersi in gioco; è spazio interrogante che rompe l’isolamento.
Adolfina Antonello e il passaggio
Solo attraverso questo passaggio, quasi un rito di iniziazione, si può ripensare alla natura umana come risultato di questa presa di coscienza. Tutto sta nella minima sfasatura dei linguaggi, nelle pieghe dell’immagine; incontrando l’insondabile, nei vuoti come corone di pausa, riannodando i fili della memoria: fino a far scaturire il monopattino, le scarpette di bimbo, il profilo dell’albero in inverno. Giocando, vivendo (seriamente utopici) e rischiando, Adolfina e Antonello fanno miracoli di senso.

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